Mozzo/Curiosita’: “OL MENTI’” di Luigi Rota


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Mozzo

Voglio ricordare la figura di un personaggio molto conosciuto in paese, sia per il suo carattere un po’ strano e per il modo di vestirsi a dir poco pittoresco, portava la cravatta sul maglione a collo alto e gli piaceva cambiare varie volte nell’arco di una giornata il copricapo, passando dalle varie berrette colorate al cappello di paglia.

Si chiamava Clemente Bonacina detto “ol Mentì” nato a Mozzo di Sopra nella Cascina di Minós il 1- 5 – 1890 (morto nel 1971) . Sposato con figli, operaio alla Tessitura Legler di Ponte S. Pietro. Tutti i giorni ,dopo il turno di lavoro nello stabilimento (non avendo un piccolo orto da coltivare) si recava sul Monte di Mozzo, d’estate preferiva la zona del “fontanino” poco sopra le Carpiane, mentre d’autunno andava nella Selva a raccogliere le castagne. Lo vedevi gironzolare per il bosco, sempre con la falce (pighesa) appesa alla cintola dei pantaloni ,con al collo un foular sgargiante. un cappello di paglia calato sugli occhi e l’inseparabile pipa africana in bocca. Incontrandolo ti faceva soggezione, quest’uomo con la pighesa che… sembrava volesse tagliare chissà quanta legna invece si limitava a tagliare gli arbusti secchi senza creare danno al bosco. E alla sera si portava a casa la piccola fascina di legna, e immancabilmente un mazzetto di fiori di bosco selvatici (autoctoni) – Ricordo nell’estate de 1944 nel bosco erano nascosti,dietro un cespuglio in una tana, due giovani prigionieri di guerra, fuggiti dal campo di concentramento della Grumellina. Noi ragazzi lo sapevamo e alla sera gli portavamo (nascosto in un sacco di Juta) un pentolino di minestra preparata dai nostri genitori. Con sorpresa un pomeriggio vediamo il Mentì (54 anni) si avvicina al nascondiglio, noi impauriti pensiamo oramai sono scoperti. Il Mentì emette un sibilo che solo lui lo sapeva fare, e i due s’affacciano sorridenti, e il nostro gli consegna del tabacco di pipa con le cartine per arrotolare le sigarette e una scatola di fiammiferi di legno. Onore al nostro Mentì, sapeva da chissà quanto tempo, ma in paese non ha mai parlato con nessuno.Non era iscritto al P.N.F. pur abitando porta a porta con la Sede del Fascio di Mozzo.

Dicevo un personaggio strano, perché frequentemente lo vedevo affacciato al balcone della finestra di casa sua (abitava in Piazza Trieste nel palazzo demolito nel 2005) mentre accendeva dei lumini che posava sul davanzale creando un altarino con foto e fiori di bosco e immagine varie che ricordavano la guerra della sua tormentata gioventù .E lui in piedi con il dito indice verso il cielo predicava o malediva chissà chi del suo immaginario.

Nel conflitto Italo –Turco del 29 sett. 1911 al 18 ott. 1912 (La Campagna di Libia) fu combattuta dal Regno d’Italia contro l’Impero Ottomano per conquistare le regioni nord’africane della Tripolitania e della Cirenaica. Il nostro Clemente ha circa 22 anni e partecipa a questo conflitto atroce e di orribili massacri. Bastano i numeri: in 14 mesi di guerra: italiani Morti 3.380 e 4.220 feriti- l’Impero Ottomano conta 14.000 morti e 5.000 feriti. Senza dubbio questa esperienza lo ha segnato nel profondo del suo animo trasformandolo nell’uomo che tutti abbiamo conosciuto. Misantropo, non parlava con nessuno, sembrava sempre immerso nei suoi ricordi che evocavano orribili massacri fra turchi,arabi e italiani. Parlava spesso da solo, ad alta voce e capivi che imprecava contro coloro che furono in tempo di guerra i suoi crudeli comandanti. Le poche volte che frequentava l’osteria sotto casa “il Dopolavoro”lo sentivi parlare degli arabi e diceva ad alta voce in modo che tutti sentissero: « Abari, i me disìa ché i èra sénza Dio,i ghèra piö tànta fede dé notér, i o mài sènticc a béstémià, notér fi ché foi ‘nséra drè a béstémià, lùr i pregàa tré ölte al dé, notèr gnà mèza» e concludeva il sermone dondolando il capo « E notèr a ‘n ‘sera i cristià! » (traduzione:Abari così il Mentì chiamava gli Arabi, mi dicevano che erano senza Dio, avevano più tanta fede di noi, non li ho mai sentiti a bestemmiare,mentre noi bestemmiavamo spesso, loro pregavano tre volte al giorno, noi neanche mezz’ora, e… noi eravamo cristiani)

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Morale della Favola: Il nostro MENTI’ visto da molti mozzesi come uomo stravagante,alcuni lo ritenevano addirittura un uomo pericoloso per via della falce che aveva sempre con se, invece all’infuori delle “prediche”che teneva al vento era un uomo buono, non ha mai fatto del danno ad alcuno. Purtroppo siamo stati noi che non abbiamo capito il dramma ,le sofferenze che ha subito quest’uomo nella sua gioventù portandolo da adulto a comportarsi come un uomo “stravagante”

Luigi Rota