Mozzo: “Ai Mórcc e ai Sancc i và in césa po’ a’ i brigancc” di Luigi Rota


NOVEMBRE 

« Ai mórcc e ai sancc i va’n césa po’ i brigancc »

Il giorno dei morti e dei santi vanno in chiesa anche i briganti

Dise novembre-e sonto novembre re de victoria- e porto tutti li santi-in cima del a testa.

Antonio Suardi, poeta orobico del sec.XV°, annuncia in modo immaginifico la festa d’Ognissanti.

Una simile ricorrenza ha origini precristiane. In un passato più che remoto, quando le nostre terre erano abitate dai Celti, il primo di novembre era
Capodanno…e prendeva il nome di Samhain.

Nella magica notte di Samhain si aprivano le porte dell’Aldilà e i defunti venivano a intrattenersi con i vivi facendo ritorno alle loro case.

Il Capodanno Celtico era una festa grande, da vivere con gioia come ogni inizio di ciclo vitale.

Novembre-scrive Alfredo Cattabiani – è lo spartiacque fra un anno agricolo e l’altro. Finita la stagione dei frutti, la terra, che ha accolto i semi del frumento destinati a rinascere in primavera,

entra nel periodo del letargo:« Per l’Ognissanti siano i grani seminati e i frutti rincasati » consiglia un proverbio.

Le popolazioni di origine celtica non rinunciarono mai del tutto alle loro tradizioni, perciò la Chiesa istituì la festa di Ognissanti per cristianizzare una consuetudine preesistente.

La suggestiva ricorrenza del Samhain rivive nel mondo anglosassone come notte di Halloween.

La festa ha per simbolo una zucca svuotata e trasformata in un simpatico mascherone horror che funge da divertente porta candela.- Ricordo che da ragazzi ci divertivamo a collocare in cantina zucche in perfetto modello halloween, con carta rossa sui globi oculari, per spaventarci a vicenda e provare l’emozione che procurano gli « stremesse» (gli spaventi).

A proposito di spaventi, voglio raccontarvi questo episodio (vero). Eravamo tre ragazzi, uno era figlio di contadini, il quale ci procurava le zucche che mettevamo per gioco davanti al Cimitero, ai lati della strada nascoste nella siepe con l’intenzione (si fa per dire) di spaventare le ragazze che tornavano a casa dal lavoro. Facevano il turno dalle ore 14 alle 22 alla tessitura Legler e puntuali alle 22,30 passavano davanti al Cimitero. Il buio era totale (in tempo di guerra non esisteva l’illuminazione delle strade); solo la luna rischiarava la zona e ad ogni movimento che facevamo la nostra ombra ci seguiva.Ci nascondevamo dietro la siepe e ai grossi cipressi, tenendo in mano un lungo filo di ferro al quale era legata la zucca con all’interno la candela accesa.- a un certo punto sentivamo in lontananza il loro arrivo.

Come di consuetudine la donna più anziana recitava ad alta voce il Rosario (era la signorina Bepa che abitava alla cascina Mola) e le ragazze rispondevano:«Santa Maria mater Dei ora pro nobis…».

Arrivate a circa 20 metri da noi, tiravamo il filo di ferro e la zucca illuminata lentamente attraversava la strada, e noi via di corsa verso i campi. Ancora oggi penso che le ragazze abbiano fatto finta di avere avuto paura (stremesse) ; di sicuro la paura è stata nostra di noi ragazzi perché la Bepa ci ha riconosciuti e si è messa a inveire, « sono sempre loro! Quei birichini, domani andrò dalle vostre madri sperando che vi diano una severa lezione ».

Perciò anche noi ragazzi, negli anni 40 abbiamo giocato e scherzato con le zucche,solo che ignoravamo l’esistenza di Halloween… Riaffioravano, dunque, rimembranze ancestrali? Quello che

è sotto gli occhi di tutti oggi, è l’inconsistenza di certe americanate in maschera. Corriamo il rischio

Di far passare in secondo piano il legame di solidarietà religiosa- fatto salvo quello affettivo-che ci lega a chi dorme il sonno dei giusti.

Di questo passo non avrà più valore il detto popolare che dichiara:

Ai Mórcc e ai Sancc i và in césa po’ a’ i brigancc.

 

                                           Luigi Rota
(Mozzo Comunità Viva-novembre)