Mozzo/Colombera: «il casello del treno….» Mozzo Comunita’ Viva


casello Colombera.JPG
IDA , la ragazzina cantoniera del Casello alla Colombera
Vogliamo raccontare la “storia” della signora Ida Battaglia che dall’’età dai 12 anni ai 23 li ha trascorsi con la sua famiglia nel casello ferroviario situato alla Colombera di Mozzo.
D. Signora Ida, vuole raccontare ai nostri lettori
del giornalino “Comunità Viva” la sua interessante storia? R.Certamente con piacere, intanto diamoci del tu perché siamo cresciuti assieme e siamo coetanei. Inizio dalla composizione della mia famiglia: i genitori, io la primogenita,e i due fratelli Giovanni e Luigi. Inizialmente papà lavorava la terra (alla cascina Bona), successivamente venne assunto da un impresa che lavorava per le F.F. S.S. come manutentore dei binari, nel tratto dalla stazione di Bergamo a Ponte S.Pietro e Cisano. D.Allora Ida , come avvenne che andaste ad abitare al casello? R.Era l’anno 1944, era in corso la guerra e io avevo 12 anni. A papà fu assegnato il casello con la mansione di cantoniere . Noi fratelli eravamo felici di andare ad abitare in una casetta tutta per noi, però con il senno del poi, ci siamo accorti del disagio del posto. Non c’cera l’acqua corrente, l’acqua veniva portata con il treno che si fermava al casello e tramite un grosso tubo riempivano la cisterna, o pozzo. Mancava la luce elettrica, per cui usavamo le lampade a petrolio per l’illuminazione. Alla sera si saliva al piano superiore a dormire con la candela accesa e se una folata di vento spegneva la fiamma, erano tanti “Angelo di Dio che sei il mio custode”,per continuare il percorso al buio. Ho provato momenti di paura: successe che nel periodo di carnevale un ragazzo con la maschera sul viso che stava arrampicandosi sulla finestra, penso per farmi uno scherzo, mi misi a gridare e intervenne mio fratello Giovanni, il quale tentò invano di strappargli la maschera,ma ricevette uno schiaffo che gli fece colare il sangue dal naso. L’uomo mascherato fuggì nei campi senza essere riconosciuto.- Vorrei raccontare un altro fatto: durante il bombardamento aereo di Ponte S. Pietro, in cui una bomba (l’unica dopo 3 bombardamenti) colpì un’arcata del ponte ferroviario che sovrasta la strada Briantea facendola crollare. Immediatamente i genieri militari tedeschi in tre giorni riattivarono provvisoriamente il passaggio dei treni. Mio padre fu comandato dai tedeschi a partecipare ai lavori di ripristino con orari continuati. Io ragazzina di 13 anni gli portavo da mangiare, la mamma preparava un piatto di pasta unico con la pietanza (i due piatti uno sull’altro) avvolti in un tovagliolo con il nodo (mi sembrava di essere Cappuccetto rosso). Con il mio fagotto, arrivata sul ponte, un militare tedesco, mi aiutava a camminare sulle putrelle e piano piano passavo sull’altra sponda dove c’era papà. Identico era il ritorno. Se guardavo attraverso le traversine vedevo in profondità il torrente Quisa. Che paura!… Malgrado i disagi, della vita trascorsa al Casello, ho dei ricordi molto belli. Praticamente in quel luogo ho trascorso la mia infanzia e la mia gioventù essendoci rimasta fino all’età di 23 anni. Se al Casello ero sola, alla domenica frequentavo l’oratorio ove avevo tante amiche con le quali andavo d’accordo e socializzavo.

LE DOMENICHE IN ORATORIO

Suor Enrica aveva formato dei gruppi che a turno la domenica pomeriggio pulivano il pavimento della Chiesa. Io partecipavo volentieri perché era l’occasione di stare in compagnia ed insieme eseguire i canti liturgici e gli inni sacri. Nella sala dell’oratorio ogni tanto si festeggiava qualche compleanno ed io partecipavo con entusiasmo per stare in compagnia in quanto al Casello ero sempre sola. A casa mi dedicavo alla lettura dei libri che prendevo in biblioteca dell’oratorio. Nel 1948 Suor Enrica fondò la Compagnia Filodrammatica Femminile. Partecipai a quattro recite con successo: “Redenta”, “Il deserto fiorirà”, “Le tre pastorelle di Fatima” (qui interpretai Lucia) e”Santa Agnese” anche in questo dramma avevo la parte principale. Quanti insegnamenti e soddisfazione mi diede la vita oratoriana. Alla sera dopo le recite, la suora e alcune ragazze mi accompagnavano a casa. Si doveva passare davanti al cimitero, la strada era totalmente al buio, solo una piccola lampadina illuminava il cancello del cimitero. Noi ragazze recitavamo il Rosario ad alta voce pensando di esorcizzare la paura. Un pomeriggio d’autunno venni da sola in paese a far la spesa, si fece tardi e calò la nebbia. Per ritornare era obbligo passare davanti al cimitero. Quella sera, arrampicato sul cancello del camposanto c’era un giovane che teneva due catene in mano e al mio passaggio le agitava. Malgrado la paura continuai il mio cammino. Arrivata alla Colombera sento dei passi dietro di me e la voce di quel ragazzo che mi diceva:« Hai avuto paura, eh!… Sono il Titì». «Vattene- gli risposi seccata- solo tu puoi fare queste stupidate, ora vattene a letto e non importunarmi mai più». Il ragazzo lo conoscevo, aveva 16 anni e abitava nel cortile della Colombera.
Il lavoro di cantoniera

Avevo 19 anni, mio papà si ammalò in modo grave, tanto che veniva considerato invalido. Questo significava lasciare il Casello e trovarsi una nuova casa. Allora, io lo sostituii nel servizio di cantoniera(malgrado fossi minorenne) perciò non idonea). Tutte le notti la sveglia alle ore 3, preparare la lanterna a petrolio, attraversare i binari e salendo la scaletta a pioli del palo in ferro, depositare la lanterna nell’apposita sede. L’operazione doveva essere compiuta prima delle ore 3.30 quando sarebbe transitato il treno. Se penso alle notti d’inverno con il gelo, con le mani che mi rimanevano attaccate al ferro dei pioli, mi vengono ancora i brividi, però dovevo farlo se volevo conservare il posto di mio padre. E non solo, quando c’era nebbia oltre alla lanterna dovevo mettere tre petardi sui binari (uno ogni 50 metri). Dopo il servizio tornavo a letto per altre due ore, alle ore 6 percorrendo il sentiero accanto ai binari mi recavo alle Crocette a prendere il tram per Bergamo, dove mi attendeva il lavoro di cameriera. Nelle giornate di nebbia non andavo a Bergamo perché dovevo, al passaggio di ogni treno, mettere i petardi sui binari. Un giorno la signora dove facevo i servizi mi disse:« La nebbia ti fa paura? Sei sempre assente quando c’è». Usai una scusa qualsiasi ma non gli dissi mai cosa facevo in quei giorni, altro che paura della nebbia!

Il triste giorno dell’abbandono

Dopo alcuni anni venne il momento che fummo costretti a lasciare il Casello. Papà invalido, io non ancora maggiorenne perciò senza licenza. Trovammo casa a Mozzo di Sopra(case Albani) e si dovette cambiare vita. Per tutti, ma specialmente per me provai un grande dispiacere. Ricordavo con nostalgia quel pozzo dove mi sedevo sul bordo con un libro in mano, oppure cantavo e sentivo l’eco della mia voce che saliva dalla cisterna. La luna piena che illuminava la mia stanza, i grilli e le rane del Riolo che mi tenevano compagnia, oppure quel giovane macchinista, che dopo un breve fischio, rallentava il convoglio e mi salutava, ed io felice contraccambiavo con la mano. Oggi quando sento il fischio del treno mi ritorna in mente la mia giovinezza. Gli Scout di Ponte S. Pietro, alla sera, tornando dal Monte Gussa si fermavano al Casello ad abbeverarsi e mi piantavano i fiori di bosco che avevano raccolto per me nella mia aiuola.

Per completare il racconto della mia storia: a 20 anni ho conosciuto il mio”ragazzo” Antonio, a 26 ci siamo sposati. (purtroppo con dolore Antonio il 14 / 07 di quest’anno ci ha lasciato) Abbiamo avuto 3 figli, un maschio e 2 femmine i quali ci hanno donato dei cari nipoti, che sono tutta la nostra vita. Nel bene e nel male sono felice e quando mi sento triste, anche se oggi abbiamo quasi tutto, rammento quei giorni passati al Casello, dove avevo poco, ma mi bastava per essere felice.
Ringrazio Luigi Rota per avermi dato la possibilità di raccontarmi su :Mozzo Comunità Viva                                                                                                                                                                     Ida Battaglia ved. Riva