Mozzo/Storia: “i due campioni…” di Luigi Rota


I DUE CAMPIONI

Negli anni cinquanta Mozzo aveva due atleti che disputavano le gare di marcia con buoni piazzamenti a livello nazionale: erano Tullio Nava e suo cugino Luigi Nava, meglio conosciuto dagli amici con il nome di “Gigio”. Correvano per il gruppo sportivo Legler di Ponte San Pietro. Nella zona erano noti a tutti. I quotidiani locali scrivevano delle loro vittorie e commentavano i loro piazzamenti.

In paese si era formato un gruppo di fans che, durante le corse, li seguivano in bicicletta e li incitavano battendo il passo di marcia. Nel cestello, appeso davanti al manubrio, tenevano bottiglie di acqua per offrirla loro nel momento del bisogno e alcune banane. «Era uno sport povero – racconta Tullio, niente ingaggi, lo si praticava solo per passione e, quando capitava un buon piazzamento, c’era la soddisfazione di una medaglia o di una targa. In compenso si girava tutta l’Italia: si andava a Roma, Palermo,Cagliari, Trieste e – questo era importante – si mangiava al ristorante. Luigi ed io eravamo operai e, tutti i martedì e giovedì, dopo il lavoro in fabbrica, facevamo allenamento, dai quindici ai venti chilometri di marcia per mantenerci in forma».

Il loro “palmares” è ricco di ricordi significativi: Settembre 1954 – Gran Premio di Lugano di 25 Km: 46 atleti iscritti, 25 italiani e 21 svizzeri dei quali quattro erano campioni nazionali. Primo è Tullio Nava che vince una coppa , un piatto artistico e due fiaschi di vino; secondo arriva Luigi Nava “il Gigio”. La stampa elvetica il giorno dopo scrisse:« Grande successo di due atleti bergamaschi». La tradizione italiana continua: l’anno precedente aveva trionfato l’olimpionico Pino Dordoni.

Nel 1955 i due cugini Nava, tra le altre gare, partecipano alla 50 km. di Palermo e alla 35 km di Trieste. In ambedue le corse si classificano nei primi dieci. L’anno successivo il percorso Roma – Madonna di Cave, 50 km che Tullio non dimenticherà mai.« Era agosto, un caldo terribile-ricorda-.La gente che assisteva alla gara offriva acqua per dissetare, invece io la versavo sulla testa per rinfrescarmi. Non pensavo di farcela, ma il nostro motto era “ultimi , ma sempre al traguardo”.Da Piazza San Pietro partiamo in cinquanta, all’arrivo siamo solo in nove, compreso un ragazzo romano aiutato dagli amici e portato nei pressi del traguardo in macchina.(succedeva anche allora) Tra gli arrivati, sei sono atleti della Legler di Ponte S.Pietro.Io sono quinto e Luigi sesto». Novembre 1956, Riva del Garda-Arco, tre giri di circuito per un totale di 30 km. Tullio si classifica terzo vincendo un piatto artistico. Tullio disputa poi due marce di 100 km organizzate dalla “Gazzetta dello Sport”. Sono gli anni in cui direttore del giornale è Vincenzo Torriani. E le gare una “faticaccia” di oltre dieci ore l’una. Una di queste si svolse tra la Svizzera e la Brianza nel 1957. Si parte da Lugano, si va a Monza con arrivo a Lecco. Tullio si classifica al quindicesimo posto. Un buon piazzamento se si considera che alla gara parteciparono atleti di caratura internazionale quali Dordoni e Abdon Pamich. Il nostro atleta riceve una meritatissima medaglia d’oro: « L’ho accarezzata per tre giorni – rammenta ancora Tullio – poi con rammarico l’ho ceduta ad un orafo di Ponte S. Pietro. Ne ho ricavato cinquemila lire». « In fin dei conti- conclude Tullio- è stata una bella esperienza. Abbiamo sudato molto, ma ci siamo anche divertiti. Durante le lunghe trasferte ferroviarie che ci portavano al sud d’Italia, tre fratelli che facevano parte della nostra squadra- il “ trio Angioletti” , così soprannominato (ma era il loro cognome)- ci tenevano allegri, anzi, divertivano tutti i viaggiatori della carrozza. Uno suonava l’organetto, il secondo soffiava nel collo di una bottiglia e l’ultimo “ strimpellava “una vecchia chitarra. A completare il divertimento del trio c’erano le barzellette del “Gigio” l’atleta più anziano del gruppo, il compagno che in corsa ti aiutava e incitava, ed era felice quando uno di noi più giovani si piazzava ai primi posti. Da qualche anno ci ha lasciato, ma nel cuore sento forte ancora il suo grido- “dai Tullio che ce la fai “» Luigi Rota