Mozzo/Storia Quadro economico – sociale in bergamasca nelle seconda metà dell’ottocento.


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Quadro economico – sociale in bergamasca nelle seconda metà dell’ottocento.

Facciamo seguito all’articolo pubblicato nel mese di giugno con il titolo “I BACHI da SETA” (i caalér) che parlava quasi esclusivamente della bachicultura a Mozzo.

Si vuole documentare e capire come anche nei paesi limitrofi e in generale nella bergamasca l’introduzione della bachicultura sia stata di grandissima importanza per l’economia.

L’allevamento del baco da seta, la coltivazione del gelso, la cui foglia costituiva il mangime del baco, si diffonde in brevissimo tempo. Questa pianta era praticamente presente in ogni campo, e disposta in lunghi filari, con una distanza fra una pianta e l’altra di circa otto metri, e serviva anche come delimitazione dei confini. Il lavoro agricolo era, nella seconda metà dell’Ottocento, la condizione generale delle famiglie bergamasche. Le coltivazioni principali erano il granoturco, il frumento, l’avena e la vite. I terreni a prato fornivano una buona produzione di fieno, necessario all’allevamento del bestiame. Con la diffusione della coltivazione del baco sorsero di conseguenza numerose filande e si ebbe così l’inizio della industria tessile.

Una filanda, già di tipo industriale era a Ponte San Pietro, il cui proprietario era il Signor Ezechiele Moroni. Dal censimento del 1861 risulta che nel circondario e comprensorio di Treviglio l’industria tessile registrava 48 insediamenti in 19 paesi, con una media di 80 occupati per opificio. L’integrazione fra i ricavi della campagna e i proventi del lavoro in filanda consentì un sensibile miglioramento del reddito e quindi delle condizioni di vita delle famiglie contadine. Solo dopo il 1870 la coltivazione del baco andò decisamente migliorando ed intensificandosi, in particolare per la selezione del seme, risultati ottenuti grazie all’intuito, all’intelligenza ed all’impegno, non privo di difficoltà, delle persone che vi si dedicarono; fra queste si distinse in modo particolare il giovane Giovanni Giavazzi di Verdello. Questi, quando le primavere erano precoci, seguite da forti brinate che ritardavano lo sviluppo delle foglie dei gelsi, per rallentare la nascita dei bachi, portava i cartoni del seme in montagna e li seppelliva sotto la neve per oltre un mese. Facendo così coincidere la nascita e crescita della foglia con quella dei bachi.

Era l’anno 1853. Per migliorare il seme dei bachi, il Giavazzi fece molti viaggi nei paesi dell’Est, dalla Bulgaria all’Albania alla Turchia e il seme bachi riportato in bergamasca diede ottimo risultato di quantità e qualità.

Luigi Rota