Mozzo/Vita contadina a Mozzo Per 40 giorni i padroni di casa erano loro !


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Vita contadina a Mozzo Per 40 giorni i padroni di casa erano loro !…
I “ caalér” (bachi da seta)
La bachicoltura da molti anni non viene più praticata in Italia. Fino agli anni ’60 anche i contadini di Mozzo allevavano i bachi da seta. Sul nostro territorio c’erano moltissimi gelsi la cui foglia era l’unico cibo per questi preziosi bruchi. Alcuni di questi gelsi (murù) sopravvissuti alle fabbriche e al cemento fanno bella mostra di sé in zona San Lorenzo( di fronte al Bowling), ricordando un’epoca contadina ormai scomparsa. Non è raro incontrare in quella zona gruppi di scolari accompagnati dal professore che spiega loro la storia di questo albero che fu così utile all’economia dei nostri nonni e alla nostra Nazione.
Secondo l’opinione più diffusa, si ritiene che i primi a praticare

la “bachicoltura” siano stati i Cinesi nel III° mill. a.C. Dopo il IV° secolo d.C. questo allevamento si diffuse in India da cui la seta veniva esportata in Asia Minore. In Europa il baco da seta fu introdotto nel IV° secolo d.C. probabilmente da due monaci basiliani; sotto l’Imperatore Giustiniano si tentò con successo l’allevamento. Da Costantinopoli la bachicoltura raggiunse la Grecia, quindi la Sicilia, e il resto dell’Italia, ove si sviluppò e perfezionò in modo nettamente superiore agli altri paesi europei, in virtù del clima particolarmente favorevole alla coltivazione del gelso e del baco da seta.
A Mozzo uno degli ultimi che ha allevato i bachi è il signor Luigi Brena. Per saperne di più sono andato a intervistarlo nella sua casa in Via Todeschini.- Il Brena inizia col dirmi:
«Tempo di gàtole i caalér; fadiga de bestia. Si lavorava 24 ore su 24, specie la notte a pelar le broche, (i rami,della foglia di gelso). Il tutto avveniva nel cortile in Contrada San Lorenzo.
Negli anni fino al 1960 la nostra numerosa famiglia attrezzava tutte le stanze disponibili,perfino quelle da letto,applicando delle mensole che potevano sostenere 14 tavole. Noi andavamo a dormire sotto il portico o nella stalla. Per 40 giorni i padroni di casa erano loro “i caalér”. Il lavoro di solito iniziava l’ultima settimana di maggio, quando i gelsi avevano messo la foglia. In quel periodo mio padre portava a casa la “semente”(così veniva chiamata da noi “la somésa”) ed era contenuta in 4 scatolette di un’oncia (gr. 28,36) cadauna (pari a gr.113,44 in totale),un ‘oncia corrisponde (a circa 55.000 semi e diventeranno circa 70 Kg. di bozzoli) le scatole erano di cartone con doppio fondo forato dove fuoriuscivano i piccolissimi bruchi lunghi 3 millimetri, che giorno dopo giorno continuavano ad aumentare. Noi li coprivamo con foglie di gelso finemente tagliate con il coltello, ed essendo questi bruchi voracissimi in pochi giorni aumentavano di volume e di conseguenza bisognava spostarli su altre tavole e coprirli con foglia di gelso intera(non più tagliuzzata). Le stanze adibite a questo lavoro dovevano essere ben illuminate ed aerate a temperatura di 20° C. all’inizio, fino a 25° C. alla fine. Era un lavoro che ci impegnava tutti, dalle donne ai bambini, e questo duro lavoro alla fine dava una buona risorsa alla nostra famiglia. Purtroppo dovevamo spartire il guadagno con il padrone, il quale chiedeva, o la metà del rendimento delle mucche, o la metà del guadagno della vendita dei bozzoli (galète). Mio padre Angelo scelse di dare la metà del guadagno dei bozzoli e tenere le mucche per noi».
Il baco subisce quattro cambiamenti di pelle (mute) dopo ognuna delle quali l’animale diventa più grosso e più bianco. Dopo la quarta ed ultima muta misura circa 8 cm. di lunghezza. Dopo ogni muta appare in preda a fame improvvisa e violenta a cui si da il nome di”grande fame” (noi la chiamavamo la föria- furia-). Quando è pronto a fare il bozzolo, smette di cibarsi; è pronto a “ salire al bosco”. L’allevatore deve preparare “il bosco”, ossia disporre sulle tavole dei cespugli secchi o paglia su cui i bruchi salgono e si dispongono alla filatura del bozzolo. Prima tessono una sorta di tela tendendo e attaccando in tutti i sensi i fili sottili destinati a sostenere i bozzoli, dopo di che per due o tre giorni producono incessantemente seta (la lunghezza totale del filo può raggiungere i 1500 metri) il quale viene avvolto progressivamente formando un involucro completamente chiuso; ossia il baco si incrisalida .E’ utile e anche curioso sapere che il filo serico con cui la larva tesse il bozzolo viene emesso non dalla bocca, ma attraverso la “filiera” che si apre su una piccola protuberanza conica situata fra i palpi labiali e in cui sfociano le ghiandole della seta.
“ Ma per il contadino il lavoro non era ancora finito, ora toccava a lui togliere le frasche piene di bozzoli e pazientemente pulirle e mettere i bozzoli nelle ceste. Ma questo era un lavoro delicato(non si doveva schiacciare la “galeta”) veniva fatto da noi ragazzi “volontari” (si fa per dire) che in cambio di un po’ di frutta aiutavamo i bachicoltori”.
E’ giusto e doveroso ricordare che la bachicoltura ha dato lavoro e benessere a tante famiglie italiane. Solo nella bergamasca erano migliaia donne e uomini che lavoravano nelle filande dove il bozzolo opportunamente macerato in acqua a 90° C. veniva dipanato, il filo di seta avvolto su rocche, inviato alle tessiture dove altri operai con i telai producevano il tessuto di seta E per ultimo ci sono le tintorie e le stamperie che su quella seta coloravano e stampavano fiori e ornamenti vari e poi venduti in tutto il mondo.
Ora nonostante la concorrenza delle fibre sintetiche come il raion, il nailon, ecc. la seta è sempre richiestissima. Fino al 1963 la bachicoltura era ancora praticata in Giappone, Cina,Polonia, Brasile, Congo, in ex Iugoslavia e nel sud della Francia. Ma la produzione del bozzolo ha subito nel mondo intero una notevole flessione: da 450.000 ton. Prodotte dopo la II guerra mondiale a 246.000 ton. del 1963.
Bibliografia: Rizzoli La Rousse
Luigi Rota