Mozzo/Anni50: “oggi si Ammazza il maiale… I Bambini In Prima Fila”




Vita contadina a Mozzo…
Oggi si ammazza il maiale
Tutti i bambini in prima fila. Una sensibilità diversa, forse più cruda, forse meno ipocrita.
Anni diversi. Ancora nei primi anni 60 l’uccisione del maiale era uno spettacolo. Oggi il pensiero fa rabbrividire. Allora i bambini preparavano le seggioline nei cortili e poi assistevano all’uccisione dell’animale. Alcuni bambini avevano un pentolino di alluminio, con la speranza di portare a casa un po’ di sangue per far la torta di sanguinaccio.
C’ero anch’io con i bambini in prima fila (però erano gli anni magri del 1940) con la speranza di portare a casa qualche cosa da mangiare. Il maiale era dello Zio Angelo della Contrada San Lorenzo, e io in quella ricorrenza non mancavo mai anche se a gennaio faceva freddo. La Zia Rosa mi notava in prima fila, e con un cenno del capo mi faceva capire di passare in cucina prima di andare a casa che lei nel frattempo mi avrebbe preparato “lo scartosì” (sarebbe un piccolo cartoccio- pacchetto (non esistevano le tanto criticate buste di plastica) contenente un pugno di pasta di salame (ol pié) che poi si metteva sulla graticola nel fuoco del camino.– In quei giorni era consuetudine fare degli scherzi ai ragazzi curiosi e poco furbi. Il norcino (in dialetto “copa ci”) sceglieva un ragazzo robusto tra i presenti, gli metteva nelle mani un sacco di juta vuoto e lo mandava a Mozzo di Sopra dai Minóss, una famiglia di contadini così chiamata, a prendere l’attrezzo per pulire le orecchie al suino (in dialetto l’aggeggio si chiamava “sgüra oregie”). Il furbo contadino, già al corrente della cosa andava sotto il portico,e all’insaputa del ragazzo, metteva nel sacco un pezzo di tronco di gelso, dicendogli: “fai piano perché può rompersi”. Il ragazzo con cautela metteva il sacco in spalla e lo riportava al copa- cì che era ad attenderlo. Vuotava il sacco: e… che sorpresa!, tra le grandi risate di tutti i presenti. Il ragazzo che aveva subito lo scherzo veniva consolato con una manciata di pasta di salame, (ol pié). Intanto il maiale, tagliato a metà dal norcino, penzolava dalla catena cui era stato appeso, inerte ed inerme animale che aveva concluso la fase dell’ingrasso ed era pronto a quella del consumo.
L’operazione avveniva (L’abero degli zoccoli di Ermanno Olmi ci insegna) in un angolo tipico della cascina, nel rustico più abbandonato, adibito ormai ai lavori difficili o pericolosi del contadino. Il grande recipiente, che porterà ad ebollizione l’acqua che “scotterà”la cute del suino, per poter togliere il pelo, fumava come un attizzatoio.
Riemergono modalità antichissime; il fuoco e il fumo che “domano” l’animale per piegarlo alle esigenze dell’uomo, sono i segni di una civiltà campagnola che affida lo sviluppo a cerimonie ataviche, pagane con “sacrifici” che ripropongono il culto dell’animale da parte di un uomo ancora legato ai magici riti della natura. L’animale diventa preda concreta, non solo oggetto di caccia: ora è solo catturato per sempre, le sue carni saranno un alimento prelibato e gustoso.
Il contadino sa che quel maiale scuoiato sarà anche moneta per il suo guadagno e dunque non rinuncia a nessun dettaglio del lungo “rito” dell’uccisione, presagio che apporterà denaro nella casa…
… Le galline starnazzano accanto al maiale, indifferenti a quanto accade: per ora il contadino non le guarda neppure, ma domani…
Luigi Rota