Mozzo/Storie: Tino Ubiali il meccanico – letto su bazarmagazine.ch – Articoli


viaPortale del delegato Cantonale all’integrazione degli stranieri del Canton Ticino -bazarmagazine.ch – Articoli.

Canton Ticino 6 settembre 2006, appunti di viaggio.
A Giugno, tornando da Bergamo, improvvisamente la macchina ha avuto un guasto: un forte rumore nella parte posteriore. Erano le 12.30. Come capita in questi casi, si cerca un’autofficina, la più vicina possibile, ma se non c”è si pensa a cosa fare, quale sia la cosa migliore nel momento. Seguo la Bergamo – Como, evitando l’autostrada e cercando sulla provinciale; giunto a un bivio, chiedo a una persona che mi indica un paesino poco lontano, Mozzo. “C’è l’officina del Tino, proprio a trecento metri da qui”. Aspettando l’ora dell’apertura, vado a mangiare un panino al bar; il proprietario, saputo il fatto, mi dice che Tino riapre verso le 14.30 e che di solito, “non lascia mai a piedi nessuno”.

Tino esce di casa, quasi di fronte all’officina, si avvicina con calzoni corti, camicia aperta e un paio di grosse scarpe; entrato, si mette la tuta e mi chiede cosa è successo; lo chiede con gentilezza e mi dice, sorridendo, che faranno di tutto per rimettermi in strada.

Quel “faranno” è dovuto al suo aiutante, un ragazzo del Senegal, di nome Mortalla.
E’ lui, che segue principalmente tutti i lavori, aggiusta le macchine, le verifica; mi pare, di vedere due mondi lontani e vicini, ognuno si muove a memoria dentro spazi, ruoli conosciuti.
Tino segue prevalentemente la parte commerciale, gli ordini, i pezzi, la contabilità.
Hanno i loro tempi; ma c’è intesa, coordinazione.

Era un ammortizzatore. In due ore, la macchina è riparata. Quando Tino va a Bergamo per prendere il pezzo, io resto insieme a Mortalla, e parliamo mentre guarda la macchina.
Ho pensato di approfondire questa esperienza, cercando di conoscere le loro storie, la loro idea di lavoro, di cogliere, insomma, come si possano integrare esperienze e culture diverse e come, questo, sia reso possibile da una comune passione; quella delle macchine. Mi è sembrato anche di capire che, in questa parte di Nord Italia, dove ormai molti immigrati sono fattore determinante per l’economia del paese, ci siano aspetti che aiutano a farci comprendere il nostro futuro, diviso tra i luoghi separati del multiculturalismo, e quelli in cui possono nascere idee ed esperienze interculturali, nuove forme relazionali che si sviluppano tra difficoltà e resistenze.



Tino Ubiali, nasce il 27 – 2 del 1940 a Curdomo, Bergamo; “fin da ragazzino, ho sempre avuto la passione dei motori”, mi dice quando dopo un mese lo rivedo nella sua officina.
Terminate le elementari, studia tre anni alle scuole industriali, apprende molto bene i fondamenti della meccanica: a quel punto va a Bergamo, presso l’autofficina Mascheretti, concessionario Lancia, dove il lavoro è soprattutto pratica svolta con attenzione, avendo come riferimento una scuola di primo livello. “I motori Lancia”, dice con orgoglio, “ come concezione di autovetture avevano un grado superiore a quelli della Fiat e dell’Alfa Romeo: erano tutti invasi di alluminio, viti a cacciavite, tutti dadi incoppignati, ramati, era un sistema più sicuro, di qualità”. Tino, va a militare, fa il corso di sergente di complemento, poi l’istruttore ai motociclisti; al ritorno, trova impiego nell’autofficina Lancia, Rizzini, concessionario per tutta la provincia; qui approfondisce il lavoro e impara molto, facendo tesoro di esperienze importanti, nuove tecniche e, in ogni caso, persone e situazioni differenti, ampliando così la sua competenza tecnica e relazionale.

Nel 1965, Tino si sposa e subito nasce un figlio, Paolo; decide di mettersi in proprio, in società con un’altra persona, la società dura circa 15 anni, fino a che, con Paolo che intanto ha terminato gli studi di perito meccanico, rileva un capannone di fronte a casa e inizia a lavorare con lui. Purtroppo, come a volte accade, le situazioni cambiano improvvisamente; Paolo che non doveva andare a militare, viene invece chiamato dal servizio di leva e Tino si trova a dovere prendere sulle sue spalle tutta l’officina, lavorando quotidianamente molte ore.
Nasce un momento di difficoltà e tensione famigliare che determina una situazione di crisi, cui segue la separazione lavorativa dal figlio, che apre una sua autofficina.
Dunque, Tino scioglie la società e diventa unico proprietario; affronta il disagio personale attraverso la comprensione di persone amiche e con il conforto della preghiera. Soprattutto è la dimensione spirituale ad accompagnarlo in questi anni e a dargli la forza di guardare avanti; trova un meccanico che resterà con lui per diciotto anni, riprende il lavoro, segue i clienti con passione e cura ogni cosa, cercando di dare il servizio migliore.
Lasciando casa, trova ospitalità presso i fratelli, che lo accolgono volentieri, anche se Tino precisa: “devo considerarmi un ospite, nel senso che è giusto che sia io ad adattarmi a loro, alle loro abitudini e necessità”. Ricordo a Tino l’esperienza di Giugno, quando mi sono trovato in difficoltà con la macchina, gli dico di avere subito avuto un’impressione positiva, per la sua disponibilità e gentilezza. Questo, “fa parte della mia mentalità e del mio modo di essere”, mentre una telefonata interrompe per qualche minuto la nostra conversazione. Quando riprendiamo, Tino, mi racconta che ha conosciuto Mortalla, a seguito di un passaggio di consegne che intendeva fare per vendere l’officina; un meccanico, già responsabile presso una concessionaria locale, aveva intenzione di mettersi in proprio rilevando la sua attività, ma, in un secondo tempo, rinuncia per dei problemi collegati al cambio di gestione. Mortalla, quando questo meccanico apre una nuova officina, va a lavorare da lui, ma dopo l’estate, decide di rivolgersi a Tino.
Inizia così questa esperienza; siamo nel 2001.
Chiedo a Tino, come valuta il rapporto con le persone migranti nella sua esperienza e, più in generale, cosa pensa di un territorio dove esiste una mentalità diffidente, sostanzialmente refrattaria agli stranieri, e d’altro canto, capace di accoglierli e integrarli nelle strutture economiche presenti sul territorio.
“Credo che ci siano due aspetti; il primo è dato dal mio carattere. Personalmente sono disponibile e aperto all’incontro con l’altro, così è avvenuto per Mortalla ma ancora prima, per dei marocchini che hanno collaborato con me. E’ chiaro che occorre il rispetto delle regole e delle nostra organizzazione, ma questo vale per tutti”. Gli chiedo, cosa pensa del rapporto tra migranti e bergamaschi. “Penso che sia una questione legata alle proprie radici; io sono cattolico, mia madre ha vissuto ad Agrate, vicino Milano; venendo da Milano risentiva molto di quella vicinanza, di quel clima. Era una persona colta, aiutava gli altri”. Poi, “bisogna distinguere l’esperienza di chi abita in valle, da chi è vicino alla città, anche se, va detto, il fatto di essere stati a nostra volta migranti ha cambiato in parte le mentalità; lo stesso ospite, accanto a delle questioni ancora aperte, ci porta oggi, ad affrontare dei nuovi cambiamenti”.

Tino, ricorda un amico, che è stato per molti anni a Neuchatel e che ora vive in Francia; “mi ha dato molto quando veniva a trovarmi, soprattutto c’era uno scambio professionale e umano di rilievo, che ricordo sempre con piacere. Adesso sua moglie è mancata, spesso vado al cimitero a portarle un saluto”.
Come vede, attualmente, l’inserimento di Mortalla nell’officina? “Dal punto di vista dell’organizzazione, ha sicuramente dei margini di miglioramento, parlo soprattutto degli aspetti legati ai costi, alla gestione del lavoro nei suoi aspetti commerciali; dal punto di vista della meccanica, posso dire che è migliore di me. Io sono rimasto più legato all’approccio meccanico, mentre lui conosce le parti elettroniche delle macchine e le approfondisce. Questo, è necessario e importante. Recentemente, ha utilizzato un tester apposito, il venditore mi ha fatto notare la rapidità di apprendimento e la sua capacità di utilizzo. Gli piace approfondire, seguire i cambiamenti tecnologici, è motivato e appassionato”.
Tino aggiunge che la sua idea, tra qualche anno, sarebbe quella di proporgli una società, “e per fare una società” – aggiunge – è importante essere “trasparenti, competenti, fidarsi reciprocamente; essere, insomma capaci di migliorare, insieme”.
Concludo, prima di parlare con Mortalla, sulle sensazioni che gli ha dato questa officina, sui suoi ricordi e sul rapporto con i clienti, in tanti anni di lavoro. “Ho servito delle generazioni di persone, nonno, figlio, nipote; ancora oggi, vengono da me. Poi, cerchiamo di organizzarci per gli appuntamenti come meglio possiamo, abbiamo necessità a volte di andare a Bergamo per i prendere i ricambi, che oggi si trovano più difficilmente di prima, perché i rivenditori cercano di limitare i costi di magazzino. Alcune persone, che abbiamo servito in situazione di necessità e emergenza, ci hanno poi mandato una cartolina o quando passano si fermano per un saluto. La stessa officina – se lei viene verso le dieci del mattino lo può vedere – è un punto di riferimento per dei pensionati; si fanno due chiacchiere, si beve insieme un caffè”. La passione di Tino è la bicicletta. “Quando posso, mi alzo anche alle cinque del mattino per fare un giro; la domenica quasi sempre. Poi, ritorno e mi pare di riuscire a leggere il giornale anche senza occhiali. E’ importante, perché mi rilassa, mi fa sentire bene”.
Quando parlo con Mortalla, ho la sensazione che il lavoro sia una sua grande passione proprio per macchine e motori; “sono in Italia dal 1999”, dice, “ma è dal 1991 che lavoro con i motori; in Senegal, dopo la scuola, ho iniziato nel garage di mio zio, a Dakar. Quando sono venuto in Italia, ho trovato un primo lavoro a Bergamo, poi sono venuto qui, da Tino”. Mortalla, sviluppa un discorso sull’importanza della professionalità: “la meccanica, soprattutto con le applicazioni elettroniche, è un campo dove occorre sempre essere attenti ai cambiamenti, alle novità; in Italia ho appreso molto e anche mi sono fatto un’idea del valore della tecnologia”. Abita ad Ambivere, circa sei, sette, chilometri da Mozzo e condivide l’abitazione con un suo amico; “ho speranza nel futuro, mi piacerebbe tornare un domani in Senegal, aprire un’officina, così darei la possibilità di lavoro ad altre persone; questo è un pensiero importante perché bisogna essere attenti agli altri, pensare non solo a noi stessi”.

Gli chiedo come si è trovato, come si è sentito nel momento di questa sua nuova esperienza. Mi pare che il suo pensiero sia chiaro: “in genere, mi sono sentito bene e nella maggior parte dei rapporti con i clienti, se parliamo dell’officina, hanno avuto un atteggiamento positivo; qualche volta è capitato che qualcuno entrasse e non mi rivolgesse parola, oppure che uscisse con la macchina. Questi casi sono veramente pochi, ma ci sono. Così come, fuori di qui, una Domenica è capitato che prendendo l’autobus per andare a Bergamo e sedendomi in mezzo a due ragazzi, poco dopo questi si siano alzati, senza scendere. Cosa vuoi dire? Bisogna partire dall’idea che ognuno vede le cose a suo modo; proprio così, ognuno ha una sua idea”.
Del resto, Mortalla sottolinea che ha delle buone, ottime relazioni con un gruppo di amici italiani e che questo nasce da un atteggiamento culturale aperto; spesso si trovano, vanno a mangiare una pizza insieme, si incontrano per discutere. Nel futuro di Mortalla, c’è in ogni caso, la possibilità che Tino proponga a lui, quando sarà il momento, di fare società; questo, “ certamente mi farebbe piacere, sarebbe un modo per continuare quello che si è costruito insieme in questi anni e anche per continuare nell’idea del lavoro, verso gli altri”. Mortalla è musulmano, frequenta la moschea di Curno, dalla sua fede attinge una forza interiore; “è importante la comprensione reciproca: in Senegal metà dei miei amici sono cristiani, gli altri musulmani, frequentiamo con serenità tutti, allo stesso modo; questo è importante, perché secondo me non ci devono essere delle difficoltà sul piano del dialogo e della conoscenza. Se ci fosse solo una religione, la vita non andrebbe avanti, con diverse religioni, ci conosciamo meglio”. Mortalla ha nove fratelli in Senegal, il papà e la mamma stanno bene; altri fratelli sono emigrati in Italia, qui vicino abitano un fratello e una sorella. “Spesso ci sentiamo e ci vediamo, è una questione di affetto e di legami”. L’intervista si sta chiudendo, con i rumori dell’officina entrano alcuni clienti; “sono contento della mia esperienza, e soprattutto mi piace essere aggiornato su quello che cambia, sulle novità”. Lasciare la propria terra è difficile, il primo anno soprattutto; “ma ho trovato comprensione, degli amici, sono riuscito a costruire un mio piccolo percorso; certamente la conoscenza della lingua è stata una esperienza difficile, ma necessaria; dopo il primo anno, il distacco, il dolore, si sono in parte attenuati”.
Mortalla ha come Tino hobby e passioni; la musica rock, quella senegalese; gli piace molto il calcio. Ha una bella tuta blu; sta bene dentro questa tuta.
Mortalla, ha trenta anni.

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