Quei due anelli benedetti
La sinistra, proprio come la mano sinistra di Iolanda che lui accarezzava, cercandola continuamente, durante il coma. «Toccava i miei due anelli, quelli che mi aveva regalato lui – spiega ancora Iolanda, tenacia di ferro e provare a dire di no, con un marito che oggi dipende in tutto e per tutto da lei -, la fede e il solitario. Poi gli facevo continuamente sentire la mia voce, i dottori mi avevano detto di fare così».
Le pareti della stanza degli Ospedali Civili di Brescia, dove è rimasto sino alla fine di maggio, e poi quella del centro riabilitativo di Mozzo, da dove è uscito all’inizio di novembre e dove torna ora quasi tutti i giorni per le terapie, erano tappezzate dalle foto dei nipoti. «È stato proprio indicando i loro volti che mi ha fatto capire che si era svegliato». Il regalo più grande che potesse fare alla sua Iolanda e ai tanti amici che non hanno mai smesso di andare a trovarlo in ospedale si è svelato una mattina di maggio.
«Il giorno esatto non me lo ricordo – dice frastornata la moglie -, sarà stata una decina di giorni dopo il nostro anniversario di matrimonio, che cade il 9 maggio. Ero sola con lui, io gli dicevo i nomi dei nostri nipoti, lui ha cominciato a indicarli con il dito. È stato stupendo». Sabrina, Nicola, Alice, Simone, Giuseppe, Alissa, Mattia: sono uno squadrone, sette pesti da un anno ai 18, e anche grazie ai loro sorrisi appesi al muro, Luciano è tornato alla vita
