Se l’africano nei guai aiuta il bergamasco L’ Eco di Bergamo- di Davide Rota


È un africano magro, taciturno, in Italia da anni. Sposato, ha un piccolo lavoro artigianale con un solo addetto: lui. Sarebbe un brav’uomo, affidabile, se non ci fosse di mezzo il problema del gioco, quella sua dipendenza dalle macchinette mangiasoldi dei bar che da anni affligge lui e sconvolge la sua famiglia. «Che vuoi B.?». «Ho conosciuto un tale che non ha casa ed è costretto a dormire in macchina: l’ho preso con me a lavorare, ma non posso ospitarlo». «È italiano o straniero?». «Bergamasco». Giorni dopo da un’auto che sembra uscita da un deposito di rottami scende un tipo in tuta da lavoro, capelli lunghi, modi nervosi: dimostra dai 30 ai 35 anni e da una decina è fuori casa. I familiari non vogliono sapere più nulla di lui, gli amici meglio lasciarli perdere. Non c’è bisogno di chiedergli come sia potuto succedere: è la droga, ovviamente. Non si nasconde, non incolpa nessuno della propria condizione, ma ora che B. gli ha teso la mano, vorrebbe provarci a rifarsi una vita normale. Giura di «non farsi» più e di fronte ai miei dubbi invoca l’analisi del capello come prova sicura. «Cosa vuoi da me?». «Un posto per dormire, ma solo durante i mesi invernali». Non gli prometto nulla e lo invito a farsi vedere quando sarà il momento: lui sale in macchina e scompare nella notte da cui è venuto. Chissà se lo rivedrò… Ma l’evento dell’africano nei guai fino al collo che ha avuto compassione del bergamasco ancor più inguaiato di lui è comunque stupefacente. Funzionerà? Forse il figliol prodigo della nostra terra continuerà a condurre la sua vita da sbandato, mentre è probabile che la decisione del figlio della terra africana non serva a risolvere il problema… Ma che due tizi male in arnese si incontrino e accettino di darsi una mano senza mettere condizioni né calcolare rischi, è un evento capace di aprire una porta. Alla speranza.